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Il Caso Welby. Considerazioni.Inserito da indiana il 31 Dicembre, 2006 - 14:25 Poco prima di Natale è purtroppo salita alla ribalta delle cronache italiane una vicenda ben poco lieta, che ci ha messi tutti di fronte alla difficile e controversa realtà della fine dell’uomo: il caso di Piergiorgio Welby. In questi ultimi mesi, a partire dal suo accorato e commovente appello al Presidente della Repubblica, Napolitano, Welby ha fatto rinascere in tutti noi una domanda che spesso cerchiamo di evitare, di aggirare, relegandola nelle profondità più remote della nostra anima, ma che in realtà ci accompagna ogni giorno: come saremo preparati quando il giorno della morte arriverà? La vicenda umana di Welby è molto dolorosa, e riflette nelle sue mille sfaccettature la difficoltà del tema etico che apre davanti ai nostri occhi: fino a che punto un’esistenza può essere ritenuta vita vera, e fin dove la libertà dell’uomo si può spingere nel disporre del bene sommo della vita? Il problema dell’eutanasia è molto complicato, e difficilmente potrà trovare una soluzione legislativa, soprattutto in Italia dove molto forte è l’influenza della Chiesa. Ritengo però importante affrontare questa delicata questione almeno da un punto di vista personale e morale, perché la scelta e la sofferenza dei mille Welby a noi sconosciuti non sia vana! Personalmente ritengo che la scelta di Piergiorgio Welby sia da accettare come suo atto di volontà, perché solo lui poteva decidere se meritasse continuare un’esistenza legata ad un letto e ad alcune macchine che sopperiscono a praticamente tutte le funzioni vitali proprie di un uomo. Anche se è una scelta difficile da accettare, soprattutto per i suoi cari, penso che sia un atto di estremo coraggio e consapevolezza saper riconoscere la volontà di chi è arrivato ad un punto tale di sofferenza e inabilità da non poter più stimare la vita come un’opportunità da sfruttare, ma come una gabbia da cui è impossibile uscire. Inoltre nel caso specifico, non ritengo che si tratti di eutanasia attiva, quanto di interruzione della cura in quanto in pratica l’atto del medico è stato quello di staccare i macchinari che tenevano in vita il malato, sopperendo di fatto alle funzioni che per natura il corpo stesso avrebbe dovuto svolgere. Non si è trattato di somministrare la morte ad un paziente ancora in grado di sopravvivere autonomamente, ma di permettere alla natura di compiere il suo corso, cosa che sarebbe successa ugualmente se non fossero esistiti macchinari in grado di tenerlo in vita. In ultimo, sono rimasto spiacevolmente sorpreso dalla posizione assunta dalla Chesa nella questione dei funerali religiosi: di fatto la Chiesa si è chiusa nella sua posizione, andando contro al principio della misericordia cristiana, e anteponendosi quasi a Dio in qualità di giudice dell’esistenza di una persona sofferente. Penso che un atteggiamento più dimesso sarebbe stato più apprezzabile, anche se il clamore stesso della notizia ha probabilmente reso impossibile alla Chiesa non prendere una posizione netta che fugasse ogni tentennamento o possibile apertura sul tema eutanasia… Sono curioso di conoscere i pareri dei nostri visitatori sull’argomento, aperto a critiche e giudizi diversi. |
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