

Poco prima di Natale è purtroppo salita alla ribalta delle cronache italiane una vicenda ben poco lieta, che ci ha messi tutti di fronte alla difficile e controversa realtà della fine dell’uomo: il caso di Piergiorgio Welby. In questi ultimi mesi, a partire dal suo accorato e commovente appello al Presidente della Repubblica, Napolitano, Welby ha fatto rinascere in tutti noi una domanda che spesso cerchiamo di evitare, di aggirare, relegandola nelle profondità più remote della nostra anima, ma che in realtà ci accompagna ogni giorno: come saremo preparati quando il giorno della morte arriverà?
La vicenda umana di Welby è molto dolorosa, e riflette nelle sue mille sfaccettature la difficoltà del tema etico che apre davanti ai nostri occhi: fino a che punto un’esistenza può essere ritenuta vita vera, e fin dove la libertà dell’uomo si può spingere nel disporre del bene sommo della vita? Il problema dell’eutanasia è molto complicato, e difficilmente potrà trovare una soluzione legislativa, soprattutto in Italia dove molto forte è l’influenza della Chiesa. Ritengo però importante affrontare questa delicata questione almeno da un punto di vista personale e morale, perché la scelta e la sofferenza dei mille Welby a noi sconosciuti non sia vana!
Personalmente ritengo che la scelta di Piergiorgio Welby sia da accettare come suo atto di volontà, perché solo lui poteva decidere se meritasse continuare un’esistenza legata ad un letto e ad alcune macchine che sopperiscono a praticamente tutte le funzioni vitali proprie di un uomo. Anche se è una scelta difficile da accettare, soprattutto per i suoi cari, penso che sia un atto di estremo coraggio e consapevolezza saper riconoscere la volontà di chi è arrivato ad un punto tale di sofferenza e inabilità da non poter più stimare la vita come un’opportunità da sfruttare, ma come una gabbia da cui è impossibile uscire. Inoltre nel caso specifico, non ritengo che si tratti di eutanasia attiva, quanto di interruzione della cura in quanto in pratica l’atto del medico è stato quello di staccare i macchinari che tenevano in vita il malato, sopperendo di fatto alle funzioni che per natura il corpo stesso avrebbe dovuto svolgere. Non si è trattato di somministrare la morte ad un paziente ancora in grado di sopravvivere autonomamente, ma di permettere alla natura di compiere il suo corso, cosa che sarebbe successa ugualmente se non fossero esistiti macchinari in grado di tenerlo in vita. In ultimo, sono rimasto spiacevolmente sorpreso dalla posizione assunta dalla Chesa nella questione dei funerali religiosi: di fatto la Chiesa si è chiusa nella sua posizione, andando contro al principio della misericordia cristiana, e anteponendosi quasi a Dio in qualità di giudice dell’esistenza di una persona sofferente. Penso che un atteggiamento più dimesso sarebbe stato più apprezzabile, anche se il clamore stesso della notizia ha probabilmente reso impossibile alla Chiesa non prendere una posizione netta che fugasse ogni tentennamento o possibile apertura sul tema eutanasia…
Sono curioso di conoscere i pareri dei nostri visitatori sull’argomento, aperto a critiche e giudizi diversi.
Per molti commentatori si tratta di una mossa elettoralistica, dettata dall’esigenza per il presidente di recuperare consensi presso gli elettori in prossimità delle elezioni di Mid-term, soprattutto negli Stati del sud, dove è più pressante il problema della convivenza con le minoranze ispano-americane. A me pare che ancora una volta Bush dimostri il suo scarso rispetto per i diritti umani (si pensi a Guantanamo, alle esternazioni in difesa della tortura, ecc.) e cerchi un consenso demagogico con proposte francamente superate e già bocciate dalla Storia. Non ha più senso costruire delle mura per dividere i popoli, in un mondo che procede verso una globalizzazione sempre maggiore: le esperienze a Berlino e Gerusalemme hanno dimostrato che separare con muri la gente non fa altro che spingerla a emigrazioni sempre più pericolose e a cercare soluzioni alternative alle destinazioni, ma non ai problemi che li affliggono in patria! E poi che senso ha erigere un muro quando è possibile sbarcare direttamente sulle coste?
Vediamo che succederà in queste elezioni, e se per una volta il popolo usa aprirà gli occhi.
Domenico Schietti è uno dei promotori del programma di eliminazione della povertà nel mondo entro il 2010 e tra le sue iniziative è presente anche la realizzazione di un prototipo del motore da lui ideato. L’invenzione si propone di trarre lavoro dalla forza di gravità e dalla “spinta di Archimede”, realizzando un motore capace di produrre energia elettrica, se accoppiato ad un alternatore, a costo praticamente nullo. Questa, è inutile dirlo, sarebbe la panacea in grado di risolvere gran parte dei problemi energetici che affliggono l’umanità, perché in pratica sfrutterebbe una fonte di energia pulita e completamente rinnovabile.
Il motore di schietti si compone di un cilindro verticale alto 20-30 m, riempito di acqua e chiuso alle due estremità da due coperchi muniti di valvole ad incastro e paratie; al suo interno viene fatto viaggiare un recipiente, presumibilmente in acciaio, di forma sferica e cavo all’interno. Inizialmente la sfera si trova al fondo del cilindro piena di aria: data la diversa densità dei due fluidi (aria all’interno, acqua all’esterno), sfruttando la cosiddetta “spinta di Archimede” la palla di acciaio salirebbe verso le cima del cilindro, producendo lavoro; arrivata in testa, attraverso la valvola ad incastro superiore si svuoterebbe dell’aria contenuta, riempiendosi al contempo di acqua. Una volta piena di acqua la sfera scenderebbe sotto il suo stesso peso verso il fondo del cilindro, dove, inserendosi nell’altra valvola ad incastro, verrebbe riempita di aria compressa, espellendo l’acqua.
Il ciclo descritto dovrebbe ripetersi all’infinito, e realizzando quattro cilindri calettati sullo stesso albero con un sistema biella-manovella (simile al motore a scoppio) si potrebbe realizzare un vero e proprio motore in grado di produrre con continuità energia.
La soluzione proposta da Schietti mi pare però francamente irrealizzabile da un punto di vista fisico ed ingegneristico, perché in condizioni ideali riproduce il moto perpetuo, a lungo inseguito da luminari della Fisica, come Carnot, ma impossibile da realizzare, come dimostra il primo principio della Termodinamica. Già se solo si considerassero le forze di attrito viscoso presenti nella realtà, il saldo energetico della macchina sarebbe negativo, cioè non sarebbe possibile produrre energia senza spenderne una certa quantità per vincere le forze dissipative. A questa obiezione i sostenitori di Schietti rispondono affermando che però l’energia prodotta sarebbe superiore a quella spesa.
In realtà ciò non può essere vero, perché il motore di Schietti sfrutta sì una forma di energia a costo zero, come quella legata alla forza di gravità, ma richiede un notevole dispendio in elettricità per l’azionamento di motori che comandino le paratie di immissione-emissione di aria ed acqua, e di un compressore per il pompaggio dell’aria nella sfera. Quando infatti la palla di acciaio si trova sul fondo, l’aria per poter entrare, spingendo fuori l’acqua in essa contenuta, deve avere una pressione superiore a quella non solo dell’acqua all’interno della sfera, ma anche della colonna di liquido soprastante: poiché il cilindro è alto fino a 30 m, essendo 1 atm = 10,33 m di colonna d’acqua, si ha che l’aria introdotta deve essere compressa almeno a 3 atm per poter entrare nella sfera di acciaio.
In conclusione ritengo poco probabile che il motore di Schietti possa funzionare producendo energia a costo zero; per risolvere i problemi energetici ritengo che la strada migliore da percorrere sia quella di puntare sulle fonti rinnovabili (eolica, solare, idrogeno e celle a combustibile), finanziando ricerche e progetti di ampliamento delle reti di fornitura dell’elettricità anche nei Paesi più poveri.
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